Nella storia dell'Europa e della cultura europea, paganesimo e cristianesimo si sono, oltre che combattuti senza
pietà (soprattutto da parte cristiana, le cui persecuzioni contro i pagani furono assai più violente, spietate e prolungate nel tempo di quelle pagane contro i cristiani) variamente
sovrapposti, intrecciati, mescolati.
In particolare, l'affermazione del cristianesimo non fu dovuta a predicatori ingenui, appassionati e idealisti,
ma a scaltri e pragmatici politicanti. Costoro non ebbero mai nessuno scrupolo a impadronirsi non solo di luoghi di culto, di divinità locali da trasformare disinvoltamente in santi e
madonne, ma anche di complessi ideologici-mitologici-simbologici molto vasti, creando delle situazioni ambigue, difficili da districare se non si hanno le idee chiare e non si dispone di
una base culturale robusta. Peggio ancora, possono generare l'impressione che l'abisso che separa il paganesimo dal cristianesimo sia un semplice fossato che si può scavalcare senza troppi
problemi. E' questo un motivo che, forse, non ho evidenziato a sufficienza nell'articolo Il cioccolatino e l'incartoper spiegare come mai molti tradizionalisti sedicenti
evoliani siano saltati sulla sponda cattolica considerando un semplice approfondimento quella che a tutti gli effetti è una vera e propria abiura.
Lo storico Antonio Brancati ha fatto un'interessante analisi di quella che è stata chiamata l'opera
di inculturazione cristiana, che è altra cosa e più sottile della prevalenza del cristianesimo in epoca tardo antica a livello di istituzioni, richiese almeno un
millennio e ancora oggi è difficile dire se abbia davvero trionfato completamente sulla spiritualità nativa dell'Europa.
In pratica tutto ciò che era troppo radicato nella coscienza europea per essere proibito o estirpato, venne
“battezzato”, dalle divinità trasformate in santi, al samain celtico convertito nella festività di ognissanti, alla celebrazione del solstizio d'inverno trasformata nel cosiddetto natale di
Gesù Cristo (che nessuno sa quando sia effettivamente nato), e via dicendo:
“Un tipico esempio di questa contaminazione è il cosiddetto “magico cristiano”, ossia un complesso insieme di
veri e propri riti magici di derivazione chiaramente pagana ma debitamente “ribattezzati” mediante l'uso di preghiere ampiamente accettate dalla Chiesa e l'abuso di ampi gesti di croce:
riti frequentemente praticati per ottenere la fertilità dei campi o per riacquistare in qualche modo la perduta salute del corpo” (1).
Un complesso mitico-simbolico particolarmente importante che si è prestato a questa operazione che gli storici
hanno chiamato di inculturazione, ma che noi potremmo anche chiamare di appropriazione indebita, è rappresentato dal Santo Graal, uno di quei miti-simboli potenti che ci fanno capire che il
processo di trasformazione, per usare la terminologia di Oswald Spengler, dellaKultur europea in una Zivilization mondialista, anodina, senza volto, non si
è ancora del tutto (e forse non sarà mai) completato.
Per capire il reale significato del Graal, occorre fare riferimento al contesto storico nel quale il mito è
nato: la Britannia del V secolo alla vigilia dell'invasione sassone, un ambiente sostanzialmente pagano, anche se già oggetto di una prima superficiale cristianizzazione. Re Artù ha perso
la regalità a causa dell'inconsapevole incesto con Morgana e deve essere riconsacrato con quella che verosimilmente era stata la coppa della sua incoronazione primitiva. Cosa c'è di più
ovvio in un ambiente nel quale un radicato paganesimo nativo inizia a mescolarsi ai riti e ai simboli della religione importata, che la coppa, il calderone usato per la consacrazione dei re
celtici (il termine Graal viene dal latino gradalis che indica un recipiente piuttosto ampio, come il celebre calderone di Gundsrupp, d'altra parte, sempre da qui viene
l'italiano grolla) fosse confuso con il calice dell'eucaristia?
E' tuttavia una concezione pagana del tutto incompatibile con il cristianesimo quella che emerge dalla
narrazione del mito arturiano. Merlino (come la sua copia moderna, Gandalf) è evidentemente un druido e non un prete, ma soprattutto il re celtico è portatore di una legittimità e di una
sacralità propria in quanto “figlio di Lugh” che il druido può riconoscere e certificare ma non creare con la consacrazione, egli è – come nell'antica religione romana - “pontifex”,
chiamato a fare da ponte fra la terra e il cielo, ed è per questo che la decadenza di Artù provoca l'isterilimento della terra. Il cristianesimo non ammette altro pontefice (titolo, come
ben sappiamo, usurpato dalla romanità) che il vescovo di Roma, sedicente vicario di Cristo.
L'idea della regalità sacrale è una concezione pagana totalmente opposta al cristianesimo; un punto che il
filosofo (cattolico) Massimo Cacciari aveva colto molto bene in un'intervista rilasciata al giornalista Maurizio Blondet e da questi riportata nel libro Gli “adelphi” della
dissoluzione (2):
“Il cristianesimo è necessariamente sovversivo di ogni potere politico che si pretende autonomo”.
Tanto più allora di una sacralità che non passi attraverso la Chiesa, unica autorizzata interprete “di Dio” su
questa terra.
In quell'intervista davvero memorabile, il filosofo-sindaco di Venezia espresse concetti tali da far pensare che
solo un opportunismo politico in contrasto con le sue convinzioni profonde l'abbia spinto a militare non solo nel gregge cattolico, ma nell'area politico-culturale di sinistra. Ecco quel
che disse allora a Blondet riguardo ai fascismi e alla seconda guerra mondiale:
“Per sradicare il Giappone dal proprio sacro nomos, non ci volle nulla di meno che l'olocausto nucleare.
Migliaia di tonnellate di bombe furono necessarie per stroncare Fascismo e Nazismo, "forme di che cercavano di ricollegare la società a un Ethos”.
Poco più sopra, aveva precisato che:
“Ethos, o per i latini Mos, non è affatto ciò che noi oggi intendiamo per "etico" o "morale". Ethos non indicava
comportamenti soggettivi; indicava la "dimora", l'abitare in cui ogni uomo si trova alla nascita, la radice a cui ogni uomo appartiene. In questo senso, un greco non era più o meno "etico"
per sua scelta o volontà. Egli apparteneva a un ethos. A una stirpe, a un linguaggio, a una polis. Che non era stato lui a scegliere (…).
Ogni società tradizionale ha, o meglio è, un ethos. Ogni società tradizionale, come un albero rovesciato, ha la
sua radice nella legge divina, nel nomos. La legge della polis, dice Erodoto, è l'immagine di Dike [la dea della Giustizia]. Un ethos impone all'uomo valori che non è a scegliere, a
decidere, ma a cui appartiene”.
Un rapporto profondo fra uomo e“polis”, “civitas”, che non solo il cristianesimo ha negato, e infatti Cacciari
ci spiega ancora che il cristianesimo: “E' stato dirompente rispetto a ogni ethos”, ma potremmo addirittura definire il cristianesimo puramente e semplicemente come la negazione dell'ethos,
la proiezione dell'ideale morale nella sfera ultraterrena e contemporaneamente nella dimensione soggettiva. In altre parole, come aveva chiaramente intuito Jean Jacques Rousseau: “Il
cristianesimo separa l'uomo dal cittadino”.
Quello che dovremmo dunque aspettarci dai fascismi sarebbe un recupero consapevole della simbologia pagana e il
rifiuto di qualsiasi tendenza cristianeggiante; purtroppo però spesso le cose non sono affatto andate in questo modo.
In particolare, per quanto riguarda il mito del Graal, a dare forma alla versione cristiana (o
cristiano-esoterica) di esso è stato un occultista tedesco vissuto fra le due guerre mondiali, Otto Rahn. Il Graal sarebbe stato un oggetto connesso alle origini del cristianesimo, anche se
non è ben dato di capire cosa, se il calice dell'Ultima Cena, un recipiente in cui qualcuno – pare Giuseppe d'Arimatea – avrebbe raccolto il sangue uscito dal costato di Cristo quando fu
trafitto dalla lancia di Longino, o ancora secondo una terza e più fantasiosa versione, il Sang Real, nientemeno che la stirpe dei discendenti di Cristo e Maria
Maddalena.
Nessuna di queste tre versioni regge a un'analisi minimamente seria. Se andiamo a rileggere il racconto
evangelico vediamo che viene data importanza all'atto della consacrazione, non al contenitore che – ammesso che l'episodio sia realmente avvenuto – sarà stato una comune stoviglia finita
dopo la cena nell'acquaio assieme alle altre. Sempre il racconto evangelico demolisce la seconda versione: ci racconta che il costato di Cristo sarebbe stato trafitto post
mortem. Da un cadavere in cui la circolazione sanguigna si è interrotta, non possono uscire che poche gocce. Immaginiamoci Giuseppe di Arimatea – che aveva già il contenitore pronto –
schizzare a tutta velocità fra le gambe dei soldati romani per raccoglierle, ma stiamo parlando del vangelo o di Asterix? Quanto alla terza versione; noi non abbiamo nessuna notizia storica
sulla vita di Cristo risalente a fonti diverse dai vangeli che a loro volta non sono in alcun modo un documento storico attendibile, non possiamo escludere che Gesù Cristo, sempre che sia
realmente vissuto, abbia avuto dei discendenti, ma il collegamento che è stato ipotizzato fra ciò e la stirpe reale merovingia è fantasioso e ridicolo.
Accanto a ciò Rahn nel suo libro Crociata contro il Graal (3) presenta una
serie di ipotesi una più fantasiosa dell'altra secondo la quale esso sarebbe stato portato nella Francia meridionale, passato in custodia prima degli Albigesi poi dei cavalieri Templari, e
la Chiesa avrebbe organizzato la crociata contro gli Albigesi e il processo all'ordine templare precisamente allo scopo di impadronirsene. Tutta la paccottiglia pseudo-esoterica che in
tempi più vicini a noi Baigent, Leigh e Lincoln, i tre inglesi autori de Il santo Graal (4) hanno scopiazzato alla grande, e che poi a sua volta Dan Brown ha scopiazzato
ne Il codice Da Vinci(5).
Disgrazia vuole che Otto Rahn riuscisse a infinocchiare (scusatemi, ma non riesco a trovare un'altra espressione) nientemeno che il ReichsfuhrerSS Heinrich Himmler che lo
nominò ufficiale delle SS ad honorem. Addirittura nel 1944, quando era in corso l'attacco angloamericano alla Francia, Himmler arrivò a distogliere dal fronte una delle migliori divisioni
di Waffen SS, la Das Reich spedirla a cercare il santo Graal nei luoghi indicati da Rahn, senza che – ovviamente –venisse trovato nulla.
I “pallini” occultistici di Himmler erano ben lungi dall'essere condivisi dagli altri dirigenti
nazionalsocialisti che ne facevano spesso oggetto di ilarità; nonostante ciò, sono serviti dopo la guerra a una caterva di sedicenti storici cialtroni e senza scrupoli i cui capostipiti
sono stati nei primi anni '60 Louis Pauwels e Jacques Bergier nel libraccio Il mattino dei maghi (6), per costruire l'immagine di un nazismo esoterico e satanista.
Sarebbe forse invece il caso di indagare l'aspetto superstizioso e stregonesco dell'antifascismo, come io ho
cercato di fare nel testo Il fascismo secondo Indiana Jones, pubblicato sul sito del Centro Studi La Runa al quale vi rimando.
In tempi recenti soprattutto il successo planetario mediaticamente ben pompato del Codice Da
Vinci Dan Brown e della sua versione cinematografica (una delle pellicole più brutte in assoluto della storia del cinema) ha rilanciato l'idea di un cristianesimo esoterico, idea
che è una totale contraddizione, in quanto fino all'avvento dell'islam non è esistita una religione meno esoterica e più plebea del cristianesimo. Gli elementi di questo cristianesimo
esoterico sono quelli indicati dal quinto al nono evangelista, ossia Rahn-Baigent-Leigh-Lincoln-Dan Brown: santo Graal, Catari (Albigesi) e cavalieri Templari.
Cosa si debba pensare della versione cristiana del mito del Graal ve l'ho appena spiegato. Quanto ai Catari o
Albigesi, essi non furono tanto un movimento ereticale, quanto piuttosto una vera e propria rinascita pagana, l'ho ampiamente spiegato nell'articolo Risorgimento, rinascimento,
rinascita paganapresente sul sito di “Ereticamente” al quale di nuovo vi rimando.
Riguardo ai cavalieri Templari, c'è un discorso che merita di essere approfondito. Certamente, al di là delle
accuse palesemente infondate che furono loro mosse, al di là del fatto che l'Ordine cavalleresco fu sciolto e i suoi membri incarcerati, torturati e mandati al rogo perché il re di Francia
Filippo il Bello e papa Clemente V erano desiderosi di mettere le mani sulle ricchezze che esso aveva accumulato, su di un altro piano c'è verosimilmente una ragione più profonda per tutto
ciò.
Gli Ordini cavallereschi, Templari in primis, hanno incarnato una figura di monaco-guerriero, un
tipo di spiritualità che la Chiesa ha dovuto evocare in un momento critico della sua storia, ma che rimaneva profondamente estranea al cristianesimo, e di cui si è sbarazzata appena
possibile.
Questa figura che non trova corrispondenze di sorta nel cristianesimo né tanto meno
giustificazioni“scritturali”, le trova invece molto fuori da esso, nella tradizione indiana ed estremo-orientale. Si pensi per la tradizione indiana alla Bhagavad Gita, il
testo sacro incentrato sulla figura del divino guerriero Arjuna, e per quella estremo-orientale, nipponica, al bushido, la via del guerriero, vera e propria via
ascetica attuata attraverso l'arte della guerra, che era praticata dai samurai, e che poi durante l'ultimo conflitto mondiale ha animato lo spirito dei kamikaze. Forme di spiritualità, lo
si vede bene, assolutamente non rapportabili al cristianesimo.
Anni fa, mi è capitato di trovarmi coinvolto in una discussione piuttosto accesa con una signora che si
dichiara“evoliana” e che mi ha rimproverato piuttosto aspramente l'antipatia che non ho mai cercato di nascondere per la religione del Discorso della Montagna. A suo dire infatti, nel corso
dei due millenni della sua storia, il cristianesimo si sarebbe incrostato di simbolismi di origine pagana che l'esperto di tradizioni può comunque riconoscere e fruire (?).
Sarà anche, ma perché abbassarsi a un simile compromesso? Perché ricorrere a una copia deformata e mutila quando
si può risalire all'originale?
Nel corso della discussione, questa signora si
vantò di non leggere altri autori tranne Julius Evola e John R. R. Tolkien (e mi sembrò un'ottima candidata a ritrovarsi in compagnia di Adolfo Morganti a scadenza più o meno
breve), e in quel momento mi parve proprio di cogliere l'essenza del tradizionalismo, cioè una mentalità che si crede forte perché è chiusa. A mio parere, la forza non può nascere dalla
paura di confrontarsi con altre forme di pensiero. La forza nasce dal coraggio, non dalla paura.
Tuttavia, a questo riguardo, cosa possiamo dire di John Tolkien, autore, come sappiamo, svisceratamente amato
dai tradizionalisti sia cattolici sia sedicenti evoliani?
Penso che quello che ho da dire non sarà gradito ai tolkieniani, ma io credo che sia difficile trovare uno
scrittore o un uomo qualsiasi in più profonda contraddizione con se stesso di quanto non lo fosse John R. R. Tolkien. Egli dichiarava avversione per il mondo celtico, eppure elementi
celtici emergono in quantità dalla sua narrativa; si professava cristiano, eppure il tipo di visione del mondo e di etica che è possibile desumere dai suoi romanzi, è tutto meno che
cristiano.
Del celtismo che interpretava solamente come separatismo scozzese, gallese, nord-irlandese, Tolkien aveva
un'idea ristretta, e da leale suddito britannico, lo detestava, eppure tutta la sua narrazione rigurgita di elementi celtici: non sono solo le figure di elfi, nani, orchi e troll
direttamente provenienti dalla mitologia celtica attraverso il folclore popolare; c'è anche la figura di Gandalf, straordinariamente simile a quella di un druido, e si pensi all'anello di
Sauron, un Graal di segno capovolto, non da trovare ma da perdere o distruggere.
Noi sappiamo che qualcuno – come August Derleth – ha cercato di interpretare perfino un autore come H. P.
Lovecraft in senso cristiano; era impossibile che John R. R. Tolkien sfuggisse a interpretazioni di questo genere quando egli è stato il primo a fraintendersi.
Noi sappiamo che nel mondo occidentale siamo più o meno tutti “cristiani” sulla carta, perché siamo stati
battezzati molto prima che avessimo la capacità di decidere in merito o di dire la nostra opinione, e di solito tendiamo a non dare alla cosa molta importanza, Tolkien però apparteneva alla
minoranza cattolica inglese, una minoranza – è risaputo – veramente esigua. I sociologi ci insegnano che, quanto più una minoranza è ristretta, tanto più è forte il senso di appartenenza ad
essa dei suoi membri; un'adesione che può essere anche emotivamente molto forte, come quando si tifa per una squadra di calcio, ma poi bisogna vedere come questo si rapporti a quella che
chiameremmo la visione del mondo profonda di una persona, e in qualche caso, come appunto quello di John R. R. Tolkien, può essere che non vi si rapporti per nulla.
L'etica di Tolkien non è cristiana, è di tipo eroico, tradizionale, guerriero, indoeuropeo, che non comanda di
porgere l'altra guancia ai nemici, ma di combatterli con le armi in pugno.
Se esaminiamo nel Signore degli anelli (7) la figura di Gandalf, vediamo
facilmente che è modellata su quella di Merlino, e assomiglia molto di più a un druido che non a un sacerdote cristiano.
Consideriamo un attimo il rapporto fra Gandalf e Aragorn, è una relazione che implica la pari dignità
dell'autorità sacrale “druidica” di Gandalf con quella regale e guerriera incarnata da Aragorn. Questa concezione va contro il cristianesimo che non ammette che le altre funzioni, diverse
da quella sacerdotale, possano avere una dignità e tanto meno una sacralità autonoma, ed è invece consonante con la tradizione indoeuropea e celtica. Questo diverso segno si vede bene nella parole del Merlino di Excalibur di John Boorman (sappiamo che Merlino è l'erede
della tradizione druidica e che Boorman ha reso bene quanto meno lo spirito del personaggio) che incoraggia Artù dicendogli: “Eppure hai estratto la spada dalla roccia, io non avrei potuto
farlo”.
Il potere magico-druidico ha dei limiti che la regalità sacrale può oltrepassare. Artù e Aragorn sono, come il
re celtici“figli di Lugh”, portatori di una regalità sacrale che Merlino e Gandalf possono riconoscere e garantire, ma non creare attraverso una consacrazione.
In altre sedi, mi è capitato di definire Tolkien un “celta suo malgrado”, un giudizio che non vedo alcun motivo
di modificare. Per quanto ciò possa dispiacere ai moderni esegeti di Tolkien di impostazione cattolica, considerando i tratti druidici della figura di Gandalf e la concezione della regalità
sacrale incarnata dalla figura di Aragorn, potremmo dire che l'autore del Signore degli anelli è stato anche un pagano suo
malgrado.
In ogni caso, io ritengo sia pericoloso ritenere “un maestro” un uomo in così profonda contraddizione con se
stesso, perlomeno bisognerebbe avere le idee ben chiare prima di accostarsi alla sua opera letteraria.
Arrivata in Italia negli anni '70, l'opera letteraria di John R. R. Tolkien, per motivi che sono ovvi, subì da
parte della cultura di sinistra un pesante ostracismo e boicottaggio, e questo ha fatto sì che “a destra” ricevesse un'accoglienza entusiastica e acritica, al punto che, ad esempio, i
raduni di giovani della“destra radicale” furono chiamati “campi hobbit” con riferimento ai personaggi delSignore degli anelli.
Tuttavia negli stessi anni negli Stati Uniti il Signore degli anelli oggetto di letture di
ben altro tipo, ed era diventato “la bibbia” degli hippy californiani. Perché? Perché era letto in chiave anarchica o almeno anarcoide, la lotta contro Sauron, l'Oscuro Signore, veniva
vista come metafora del rifiuto e della lotta contro qualsiasi tipo di potere e di autorità.
Si trattava, come è facile comprendere, di una lettura profondamente falsata e scorretta, perché – bisogna
ammetterlo – in Tolkien non c'è per nulla l'esaltazione dell'anarchismo; al potere tirannico di Sauron, infatti, si contrappone l'autorità legittima; l'autorità civile-guerriera di Aragorn
e quella magico-sacerdotale di Gandalf.
Tuttavia anche questa è una storia che abbiamo già visto innumerevoli volte: alla menzogna cristiana segue come
ulteriore falsificazione la menzogna marxista, c'è tutta la nostra storia degli ultimi due secoli in questo.
Il cristianesimo, spostando il sacro nella sola dimensione del soprannaturale, ha totalmente desacralizzato
l'esistenza, è ancora Massimo Cacciari a dircelo:
“Il Cristianesimo non ha più radici in costumi tradizionali, in una polis specifica, in un ethos; non ha più
nemmeno una lingua sacra (...). Il Cristianesimo si rivela essenzialmente sovversivo dell'Antichità e dei suoi valori; che esso spezza definitivamente i legami fra gli Dei e la società.
L'ethos antico era una religione civile (...). Il Cristianesimo, consumando la rottura con gli dei della Città, sradica l'uomo (…). Uno stato doloroso: il Cristianesimo getta l'uomo nella
libertà come un è gettato in [un] mare in tempesta”.
Le rare volte in cui sono in vena di sincerità, questi cristiani merita proprio di stare a sentirli. Esprimendo
una linea di pensiero molto simile a quella esposta da Cacciari, nel libro Ipotesi su Gesù, Vittorio Messori ammette che “Quando i pagani accusavano i cristiani di essere
atei, avevano perfettamente ragione” (8).
Per noi che ci siamo assunti il compito di “ricollegare la società a un ethos”,miti e simboli pagani ancora
presenti nella nostra cultura rappresentano un deposito prezioso da trasmettere e rivitalizzare, ma proprio questo impone di stare attenti alle contaminazioni cristiane.