Tuesday 20 december 2011 2 20 /12 /Dic /2011 16:04

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Tuesday 20 december 2011 2 20 /12 /Dic /2011 12:43

Da: ereticamente

Di Fabio Calabrese

  Il linguaggio non è soltanto il mezzo attraverso il quale comunichiamo il nostro pensiero, è anche lo strumento mediante cui il nostro pensiero si forma. Parlare in maniera rudimentale, come avviene con il linguaggio da SMS delle generazioni più giovani, gli psicologi lo hanno messo in rilievo, significa alla lunga pensare in maniera rudimentale, ma allo stesso modo parlare in maniera distorta significa pensare in maniera distorta. Gli abusi del linguaggio servono a far passare delle vere e proprie mistificazioni concettuali.
  
Vi sono dei termini che a solo udirli mi provocano un senso di nausea che mi porterebbe a manifestazioni d’irritazione alquanto vivaci se non avessi un innato senso di autocontrollo e di “aplomb” che non è affatto una prerogativa esclusivamente britannica.
 
Una di queste espressioni; se ricordate, ve ne avevo già parlato in precedenza, è “processo di pace”. Fateci caso: questa locuzione si applica solo riguardo al medio Oriente, alla questione palestinese, alla politica di Israele, e naturalmente nasconde una mistificante ipocrisia. In qualsiasi altro luogo al mondo si dà per scontato che la pace non sia un processo ma una condizione, c'è o non c'è. “Processo di pace” in pratica significa che lo stato ebraico si riserva il diritto di interrompere in qualsiasi momento a suo totale arbitrio la finzione della ricerca di una convivenza accettabile con i Palestinesi per colpirli con la più atroce ed ingiustificabile delle rappresaglie, se così ritiene che gli convenga in quel momento.
Di questo, però, abbiamo già parlato altre volte. Espressioni che contengono un’ipocrisia forse non altrettanto sfacciata ma ancor più diffusa, sono i due termini “vincente” e “perdente”.
Questi termini che sono due italianizzazioni degli inglesi – americani “winner” e “loser”, non sono sinonimi delle due parole italiane “vincitore” e “sconfitto” ma hanno un significato molto diverso.
Noi pensiamo per l’ordinario che nella vita delle persone e delle comunità, uscire vincitori o sconfitti da un confronto di qualunque tipo dipenda dalle capacità e dai mezzi, ma anche dalle circostanze, dalla forza dell’avversario, da un quid di fortuna imponderabile.
“Vincente” e “perdente” non significa questo, quanto piuttosto essere predestinati alla vittoria o alla sconfitta indipendentemente dalle circostanze esterne; è la dottrina calvinista della predestinazione che fa capolino dietro questi termini.
Il calvinismo non è una religione come le altre, se ne differenzia soprattutto dal punto di vista etico: poiché il fedele nella sadica fede di Calvino deve scoprire in sé e nella sua vita i segni della grazia divina attraverso il successo materiale, ecco che la rapacità, l’arroganza, la prepotenza, la violenza, tutti comportamenti che perlopiù una fede di qualsiasi tipo biasima, qui sono apertamente approvati, diventano segni dell’appartenenza alla schiera degli eletti.
Un effetto non secondario di questo modo di pensare, è quello di sterilizzare ogni sensibilità verso le ingiustizie sociali. Come si può parlare di ingiustizia quando ogni privilegio è voluto da Dio?
Sarà per questo che gli Stati Uniti non hanno una sanità pubblica né una protezione civile (si pensi a quanto la sua mancanza si sia rivelata disastrosa per i cittadini di New Orleans dopo l'uragano Kathrina) né ammortizzatori sociali degni di questo nome. Vogliamo scherzare? Calvinisticamente parlando, la povertà è sempre una colpa.
C’è poi una fondamentale ambiguità rispetto all’idea di successo: “successo” non dovrebbe significare tanto salire in alto nella piramide sociale e/o aver accumulato un consistente conto in banca ma, una volta risolti i problemi connessi con un’esistenza dignitosa, aver raggiunto un equilibrio armonico con se stessi e gli altri, creatività e competenza a livello professionale, soddisfazione nel lavoro, stima e rispetto.
Il concetto di successo che sta dietro la filosofia del “vincente” calvinista è piuttosto quello del boss di una gang criminale che quello di chi si sente parte di una società civile.
Vorrei consigliarvi la lettura del bel saggio di John Kleeves Capitalisti con la pistola pubblicato dalla rivista “Identità” che dovrebbe essere ancora reperibile in internet: il gangster è il modello di base cui s’ispira l’americano tipo.
L’americano sembra davvero aver ripercorso all’indietro la strada che va dalla barbarie all’incivilimento, e a una velocità sorprendente. Riporto alcune considerazioni che si trovano in un recente articolo di Maurizio Blondet:
 “Regolarmente i Marines in Iraq ammazzano dall'inizio dell'occupazione: sparano sui passanti ai posti di blocco, assassinano donne incinte e bambini per rabbia, per paura, per disprezzo, per divertimento.
Sicuri dell'impunità perché coperti e giustificati dai loro comandanti, che per parte loro fanno di peggio: bombardano dal cielo, città occupate, con fosforo bianco, avvelenano le fonti della vita spargendo tonnellate di uranio impoverito.
E questa non è un'eccezione, ma un'abitudine storica degli armati americani. Nella seconda guerra mondiale ammazzavano i soldati tedeschi che si arrendevano con le mani in alto: avevano combattuto troppo bene, gli avevano fatto paura.
Questa sistematica violenza del forte super-armato sul debole indifeso è il segno più chiaro e tragico che l'Occidente è caduto nella mani sbagliate, le più vili e disonorate.
La mancanza di coraggio che queste atrocità rivelano, la bassa vendicatività, l'ignobile assenza di magnanimità, segnalano che è stato raggiunto il punto più basso, contro cui la civiltà occidentale ha sempre lottato: la riduzione finale del militare al teppista omicida, al delinquente comune, all'assassino per paura”.
Maurizio Blondet: Come l'estetica creò l'etica www.effedieffe.com
La violenza incontrollata, bestiale, nasce da un inconfessato senso d’ inferiorità: i marinetrucidavano i soldati tedeschi che si erano arresi, sapevano bene di avere a che fare con combattenti migliori di loro che le circostanze avevano posto in una condizione d’inferiorità; l’arrogante superuomo americano cela dietro il suo imponente apparato tecnologico ciò che veramente è: un vigliacco.
 
“Vincenti”, ossia insopportabilmente arroganti come individui, gli yankee ritengono di esserlo ancora di più come nazione, predestinati ad assumere il dominio mondiale, èla famosa concezione deldestino manifesto in ragione del quale la sedicente nazione americana si è sentita autorizzata nel corso del XIX secolo ad espandersi (come una proliferazione cancerosa) nelle terre degli Americani nativi – i cosiddetti pellirosse – e a perpetrare nei loro confronti un genocidio di dimensioni per nulla inferiori a quelle asserite al processo di Norimberga, che si pretende siano state compiute dai nazisti nei confronti degli Ebrei, anzi probabilmente superiori.
Costoro, che si pretendono dei superuomini invincibili, non ammettono di aver mai perduto una guerra, asseriscono di averla sempre avuta vinta su qualsiasi avversario. E' veramente così? Una piccola disamina storica basta a dimostrare che si tratta di una millanteria infondata.
Una prima sconfitta gli Stati Uniti la registrarono in epoca napoleonica quando avvenne quella che sui (loro!) testi storici (e poi sui nostri per vile spirito imitativo) è chiamata seconda guerra d'indipendenza americana, ed in realtà fu un tentativo – fallito – di impadronirsi del Canada approfittando delle difficoltà che la Gran Bretagna aveva in Europa con Napoleone, ma a quanto pare a quell'epoca il leone britannico aveva ancora gli artigli. Notiamo qui il modo di agire tipico dei vigliacchi: aggredire alle spalle l'avversario quando si ritiene che si trovi in condizioni di inferiorità perché impegnato con un altro nemico, ma gli andò male, perché il Canada rimase britannico.
Nel XIX secolo gli Stati Uniti sono stati scossi dalla più sanguinosa guerra civile dell'età moderna. Quando una nazione è devastata da un conflitto di questo tipo, ne esce sconfitta a prescindere di chi sia la parte vincitrice.
La guerra di secessione, la guerra civile americana fu in sostanza una faida all'interno dell'oligarchia capitalista statunitense: il capitale industriale del nord contro il capitale agrario del sud: la liberazione degli schiavi fu semplicemente un pretesto; del resto basta pensare che i lavoratori “liberi” furono a lungo trattati peggio degli schiavi. In ogni caso, lo schiavismo era un problema che gli Stati Uniti si erano creati da s é: nessuno degli Africani che erano arrivati in America incatenati a bordo delle navi negriere, l'aveva fatto di sua volontà.
Gli Stati Uniti hanno vinto le due guerre mondiali soprattutto grazie alla tattica consistente nel fornire aiuti materiali agli “alleati” ed entrare a loro volta in campo quando le forze degli altri combattenti erano ormai sfibrate, ma facciamo attenzione: gli Italiani impararono amaramente nel 1919 a Versailles che si può vincere una guerra sul campo e perderla al tavolo della pace. Gli alleati occidentali iniziarono la seconda guerra mondiale nel 1939 per impedire alla Germania di rientrare in possesso di Danzica, che era una città tedesca, e la terminarono dovendo regalare a Stalin mezza Europa dalle foci del Reno all'Adriatico: era la più beffarda delle sconfitte, dovuta principalmente alla cecità del presidente americano Roosevelt che si rifiutò di vedere le mire espansionistiche e la malafede di Stalin nonostante molti avvertimenti, compresi quelli di Winston Churchill, che pure da parte sua si dimostrò o estremamente cieco o in totale malafede, accettando senza batter ciglio la svendita dell'impero britannico e la fine della centralità storica dell'Europa pur di non venire a patti con la Germania.
Dopo la seconda guerra mondiale vi sono state la guerra “pareggiata” di Corea e la sconfitta del Vietnam. Tecnicamente, anche la guerra di Corea non è stata un “pareggio” bellico ma puramente e semplicemente una sconfitta, poiché alla fine di essa era sotto controllo del nord comunista una porzione di territorio sottratta al sud “occidentale” maggiore di quanta ve ne fosse prima dell'inizio delle ostilità, ma prescindiamone pure, diamo momentaneamente per buona la leggenda del pareggio e concentriamoci sull'altro conflitto dell'Asia orientale, a conclusione del quale abbiamo visto il piccolo Vietnam umiliare e costringere a battere in ritirata il colosso americano.
Se voi parlate oggi con degli americani, probabilmente vi diranno che gli Stati Uniti in Vietnam non furono sconfitti, perché erano presenti nella penisola indocinese unicamente come “consiglieri militari”, che ad essere sconfitto fu unicamente il regime sudvietnamita di Saigon; quel che non è chiaro, è se si aspettino davvero che voi gli crediate.
E' stato un episodio di dimensioni molto più circoscritte rispetto ad un conflitto, ma fu certamente un fatto di natura militare, e lo si può annoverare fra le sconfitte americane, perché la macchina bellica della maggiore potenza mondiale diede una dimostrazione macroscopica di dilettantismo e inefficienza: il tentativo di liberazione degli ostaggi dell'ambasciata americana a Teheran. Fu un fallimento clamoroso nel quale l'apparato militare americano dimostrò di essere un grosso corpo senza cervello.
Forse si sarebbero dovuti far dare qualche lezione dai loro amici israeliani, esperti mondiali in operazioni piratesche consistenti nel violare la sovranità territoriale altrui.
Avete presente la storia di John Rambo e l'evoluzione di questo eroe immaginario da disadattato a vendicatore dell'onore americano che si attua attraverso le tre pellicole della serie? (Ma se si sente il bisogno di vendicare il proprio onore, c'è sicuramente qualcosa che non va). Che cosa c'è di autentico?
Di autentico c'è l'ostilità verso i veterani del Vietnam che costituisce il leitmotiv della prima delle tre pellicole prima che la narrazione si pieghi ad un superomismo puramente muscolare.
Che i reduci di una guerra perduta non incontrino la stessa simpatia e lo stesso entusiasmo di chi torna vincitore, questo è ovvio, ma da dove vengono tutta l'ostilità, tutto l'odio che Rambo suscita per il solo fatto di essere un reduce, e che trova il suo riscontro in una serie di episodi assolutamente reali?
La colpa dei reduci del Vietnam è quella di essere stati testimoni e di essere la prova vivente della sconfitta degli Stati Uniti, sconfitta che deve essere rimossa in quanto essa è stata molto più di un rovescio militare, la confutazione di una religione, la religione del destino manifesto, della presunzione di avere l'occhio benevolo di Dio costantemente puntato fra Canada e Messico.
Oggi gli Stati Uniti non sono più impegnati in un Vietnam, sono impantanati in due Vietnam, l'Irak e l'Afghanistan: due guerre che non possono vincere, ma dalle quali non si possono ritirare senza perdere la faccia, senza distruggere a livello planetario il mito dell'invincibilità americana.
Alla lunga, questa situazione non potrà che determinare un'emorragia sempre più insensata di risorse e di vite umane, e mostrare al mondo la prima potenza planetaria per quello che è: un colosso dai piedi d'argilla.
Abbiamo visto che oggi gli Stati Uniti dichiarano di essersi ritirati dall'Irak dove, assieme al regime di Saddam Hussein, hanno distrutto il fragile equilibrio che esisteva fra le componenti etnico-religiose di questo stato, e che ora fingono di aver pacificato. Non si tratta che di un bluff. Se gli Americani si disimpegnassero davvero, il giorno dopo si installerebbe a Baghdad un regime fondamentalista islamico, perché durante la loro brutale occupazione, gli yankee sono riusciti soltanto a seminare odio.
Il guaio è che in tutto ciò siamo coinvolti anche noi come “alleati” cioè vassalli del gigante americano.
E voi, vi considerate dei “vincenti”? Se è così, se credete davvero di esserlo, devo disilludervi, vi siete semplicemente lasciati colonizzare da uno stereotipo culturale che ci è estraneo.
Per affrontare le difficili prove del presente e del futuro, non occorrono dei “vincenti”, occorrono uomini che sappiano tenere la posizione, rimanere in piedi anche se le speranze di vittoria sono scarse o non ci sono, semplicemente perché così comandano l'onore e il rispetto di sé stessi.
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Monday 19 december 2011 1 19 /12 /Dic /2011 18:09

Da: byebyeunclesam

In un articolo comparso sulla rivista francese Paris Match (numero 17-23 Novembre 2011), controllata dal maggiore gruppo editoriale francese, Lagardère (il signor Lagardère è uno stretto amico di Nicholas Sarkozy), possiamo leggere/apprendere fatti incredibili riguardo l’infame coinvolgimento di Bernard-Henri Lévy nell’illegale e ingiustificata guerra alla Libia.  


Innanzitutto, la rivista spiega che BHL (Bernard-Henri Lévy) è stato promotore della “responsabilità di proteggere” – in altre parole: il diritto per i Paesi occidentali di bombardare indiscriminatamente nazioni sovrane considerate “non allineate” ovvero troppo indipendenti – per oltre 30 anni. E sostiene che la caduta di Muammar Gheddafi sia il brillante risultato di questa “lotta”. Questa semplice affermazione dimostra come la stampa francese stia disperatamente tentando di fare apparire l’intervento diretto dell’esercito più potente e criminale al mondo, la NATO, come qualcosa di moralmente corretto e necessario per mantenere il mondo pacifico e salvare civili innocenti.


Nel seguito dell’articolo, e come l’immagine sopra dimostra, la rivista giunge a dire che BHL ha fornito alla NATO le coordinate per i bombardamenti finalizzati a uccidere i combattenti della Resistenza Verde libica. Possiamo pure apprendere che BHL ha trasportato armi (in totale violazione delle risoluzioni dell’ONU che imponevano un “embargo sulle armi” alla Libia). Superfluo chiedersi a chi abbia consegnato tali armi, né per conto di chi abbia agito in questo modo…


Questo è oltre l’immaginazione. Quest’uomo sta ammettendo chiaramente di aver partecipato ATTIVAMENTE a un cambio illegale di regime che i libici non volevano, al massacro di civili innocenti e alla distruzione del Paese più ricco dell’Africa, e nessun’azione legale che sia una è stata intrapresa nei suoi confronti. Egli continua a essere invitato a spettacoli televisivi, riceve il supporto dei media mainstream nella promozione dei propri libri, tutte le emittenti televisive lo chiamano per avere le sue opinioni geopolitiche… Io non riesco davvero a credere che ciò stia avvenendo. Come può essere che il popolo francese non si renda conto di ciò che si sta svolgendo proprio sotto i suoi occhi. Sono tutti quanti ciechi, ignoranti, o sono semplicemente menefreghisti? Nessuna di queste risposte mi soddisferebbe ugualmente. La gente ha davvero bisogno di svegliarsi!!!


Chiunque rubi del cibo per sopravvivere e nutrire i propri figli può finire in galera, mentre quest’uomo, complice di omicidi di massa, è libero come un uccello… Dovrebbe essere immediatamente arrestato e processato in quanto complice attivo di crimini contro l’umanità e Genocidio! In che razza di mondo viviamo?


Non esitate a prendere contatto con BHL per fargli sapere cosa pensate di lui e delle sue “imprese”:
Twitter: @BernardHL // Facebook: Bernard-Henri Lévy

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Sunday 18 december 2011 7 18 /12 /Dic /2011 01:19

Mesi fa aprimmo una discussione con quelli che allora erano i compagni di strada di un progetto chiamato Confederatio: il contendere era il voler da parte loro ritenere applicabili certe soluzioni degli anni trenta in un mondo che era nel frattempo cambiato e quindi da parte nostrain contraposizione  l'obbligo della ricerca di nuove rivoluzionarie e spegiudicate vie in materia economica, d'estetica  e di d'ambiente. Ci scontrammo sulla dizione del termine "ideologia" per noi creato in laboratori giacobini ottocenteschi e su certo nostalgismo da santini del ventennio che alcuni individui nuovi venuti nella Confederatio cercavano d'imporre contro l'essenza della logica che era alla base della stessa Confederatio. Ritenere che tali individui fossero solo dei coglioni o agissero per conto di un precisato Dominio che aveva interesse che il Progetto di Isola Farnese fallisse non ci interessa al momento. Con gli imbecilli ed provocatori dei servizi il conto è sempre aperto!

Quello che vogliamo rimarcare ora è la linea che USN ha intrapreso per eliminare le scorie di certo neo fascismo dal proprio movimento. Con coerenza gliene diamo atto e per questo pubblichiamo con piacere il loro articolo che condividiamo completamente. Da Uomini liberi a Uomini liberi.

ESTREMA DESTRA ? NO GRAZIE.

Il momento per la Comunità Nazionale è delicato. Dentro il Parlamento si assistono a scene da governo da Repubblica delle Banane. L’attualità incessante invece ci parla di un pazzo omicida (perchè non può essere definito altrimenti) che massacra a freddo 2 Senegalesi inermi, evento che ovviamente scatena il putiferio mass mediatico.
Un fatto, di per sé inquietante ma comunque da confinare come un grave atto di cronaca, è diventato il gesto di un razzista xenofobo “di destra”. Come al solito l’equazione Folle = Xenofobo = Estrema Destra, avviene in maniera istantanea, per il solo fatto che tale Casseri aveva in passato blandamente frequentato il movimento di Casa Pound.
Questo fracasso ha riportato al centro delle cronache (giudiziarie e non) l’accezione spregiativa di ESTREMA DESTRA. Sulle cause che hanno portato il folle a compiere questa strage, giustamente sta indagando la magistratura, ed è facilmente prevedibile che il tutto sarà ascritto a problematiche di tipo “mentali” che riguardano tale individuo.  
Il ragionamento, da parte nostra, che da tempo rifiutiamo questa etichetta, si può esprimere in altri termini. Migliore occasione non poteva venire proprio alcuni giorni fa quando abbiamo ricevuto  all’interno del nostro sito questo commentoche riportiamo per intero:
è interessante notare come le vostre proposte siano ormai al 99% analoghe a quelle fatte da movimenti di “sinistra” radicale, o altri movimenti di cittadini liberi che aspirano a una società di nuovo a misura d’uomo, e non di denaro. la domanda è: perché non lasciare da parte le divisioni che di fatto rimandano a pregiudiziali ideologiche abbastanza inadeguate ai tempi, e unirsi di fronte a un nemico comune, ormai ben identificato da tutti, e ben più forte di noi?? Invece dell’1% si potrebbe contare il 4, il 5, magari anche il 10, chissà.. e piano piano.. qui si tratta di capire che il nemico del mio nemico è prima di tutto mio amico, almeno in questa situazione ormai insostenibile. Altrimenti continueremo a scannarci fra poveri perché quello è fascista e l’altro è comunista, mentre il vero potere, che crede in una sola ideologica collante- quella del dio denaro -ci fagocita tutti insieme.”

Il cortese lettore, oltre a riconoscerci una chiara onestà intellettuale di cui lo ringraziamo, ha centrato perfettamente il problema. Noi abbiamo rigettato e ricusato da tempo l’etichetta di Estrema Destra, primo perchè le etichette proprio non si addicono al nostro modus vivendi, secondo perchè le sistemazioni geografico-politiche le lasciamo ai Soloni della politica italiota.
La parola destra, nell’accezione novecentesca del termine è quanto più di lontano possa esserci dalla nostra concezione di vita e quindi di attività politica.
La parola estrema destra, in maniera ancora più dispregiativa ( anche per colpa del comportamento “folcloristico” quando non stupidamente illegale di alcune frange di militanti)  ha preso via via nel dopoguerra, un’accezione sempre peggiore, da cui tutte le realtà antagoniste della cosiddetta Area non riescono a liberarsi. La colpa maggiore di queste realtà (molte anche se obiettivamente le eccezioni ci sono) è quella di aver assecondato il sistema nello scontro bipolare fra Bene e Male Assoluto, nella sterile diatriba destra-sinistra, quando in scontri di piazza nel nome del FA e dell’ANTIFA.
Quanta energia sprecata.
Quanta gioventù bruciata negli anni (spesso in maniera involontaria)
Quante lotte contro i mulini a vento.

Spesso e quasi unicamente colpevoli le dirigenze che si sono approfittate di militanze ingenue quanto energiche, che arrivavano a muoversi come elefanti nella cristalleria di un sistema che li ha sempre repressi.
Ebbene il panorama è cambiato ma i metodi no, e nemmeno la volontà coercitiva di “inquadrare” e di sopprimere.

Ebbene,
NOI RIFIUTIAMO QUESTA ETICHETTA.

NOI RIFIUTIAMO POSIZIONAMENTI A DESTRA.

NOI RIFIUTIAMO ETICHETTE “NEOFASCISTE O NEONAZISTE”

NOI NON ABBIAMO NULLA DA SPARTIRE, con chi, in maniera più o meno estrema, lavora ambiguamente per il Sistema, in specialmodo con chi fa il pagliaccio a Predappio e poi si comporta da liberalcapitalista.
NOI NON CI MUOVIAMO IN MANIERA EVERSIVA tale da nuocere alla Comunità Nazionale che è il bene supremo a cui dedichiamo la nostra esistenza.
NON NON CI RICONOSCIAMO IN UN SCHIERAMENTO GEOGRAFICO E POLITICO che negli ultimi 60 anni non ha fatto nulla a tutela della Comunità Nazionale.
NOI COMBATTIAMO LA NOSTRA BATTAGLIA POLITICA in tutte le sfere geografiche che il sistema vuole utilizzare.
NOI VOGLIAMO LAVORIAMO PER RENDERE CONSAPEVOLE il cittadino italiano che quello che lo aspetterà nei prossimi anni sarà qualcosa che non ha mai visto, e che sarà causato da quello stesso sistema apolide che oggi lo inganna con mendaci promesse di Ripresa Economica.

Sia ben chiaro, come rifiutiamo l’etichetta di Estrema Destra, rifiutiamo parimenti anche quella di Estrema Sinistra, schieramento politico, che anch’esso vede tra le sue fila partiti che al mattino marciano sotto la bandiera della pace mentre alla sera appoggiano le politiche “atlantiche” del nostro paese, magari mascherate da Missioni Umanitarie, o peggio ancora a sostegno di Finte Primavere Rivoluzionarie, chiaramente provocate da “Missioni occidentali”.

Per tornare al commento sopra riportato, Noi cerchiamo e desideriamo il dialogo, con tutte quelle realtà antagoniste (e dotate di una sana strategia politica e non di disneyane movimentazioni folcloristiche o peggio ancora anarcoinsurrezionaliste, le prime vittime che finiscono sotto la scure del sistema) che desiderano andare oltre gli steccati del recinto voluto dal Sistema Usurocratico, riconoscendone le peculiarità ed al contempo chiedendone la piena collaborazione.

Ai pennivendoli che intendono chiuderci nel recinto dell’Estrema Destra e del Neofascismo diciamo d’annunzianamente un bel Vaffa…trasformandolo in NO GRAZIE.

Non riuscirete ad omologarci, proprio perchè LIBERI, SOCIALI, NAZIONALI.

sole

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Thursday 15 december 2011 4 15 /12 /Dic /2011 10:57

dal CORRIERE FIORENTINO, 15/12/2011

Di:David Allegranti

 

 

Pietrangelo Buttafuoco, scrittore, come si spiega questa tragedia?

«Partiamo da un dato di carne e sangue, e confrontiamoci con le storie degli uomini ammazzati; senegalesi che attraversano il buio e il mare per arrivare in Italia. Ne parlo anche in “Cabaret Voltaire”; la loro eleganza e la loro fierezza sono quanto di meglio si possa immaginare nel nostro orizzonte di occidentali stanchi, deprivati e perduti di qualsiasi identità. Quindi chissà cos’è successo nella testa di questo squinternato per scegliere proprio loro come bersaglio, con la loro nobilità e il loro senso dell’avventura; tutte cose che si possono trovare nei sogni e negli immaginari jungeriani ed evoliani. C’è un cortocircuito spaventoso. Fa gioco la criminalizzazione e sarebbe devastante privare questo mondo fatto di suggestioni e di simboli e ridurlo al rango di simili pazzie».

Quindi, secondo lei, la vicinanza a CasaPound non c’entra nulla.

«CasaPound è una cosa diversa rispetto alle stupidaggini dell’estremismo di destra; se c’è un marchio di identificazione della stupidità, nell’estrema destra ne trovi a bizzeffe. Ma CasaPound non ha il linguaggio nostalgico che invece i giornali vogliono darle. I politici d’accatto e i giornali sono più feroci nel perseguirli di quanto lo sia la stessa polizia. Pensiamo allo stesso simbolo della tartaruga: è creato apposta per non utilizzare un armamentario vecchio e ridicolo».

Ma in questi centri sociali non rischia di accendersi anche qualche fiammella d’odio?

«È ovvio che loro devono fare un’operazione di riflessione e ripensamento, come diceva anche Alessandro Giuli, ma non c’è nessuna connessione fra questa storia orrenda e CasaPound; qualsiasi loro sede è aperta a chiunque voglia entrare. A Roma nelle loro cantine trovi batterie e amplificatori con cui suonano, fanno musica e canzoni. Prendiamo anche i manifesti: la grafica ha un linguaggio che non rientra nei canoni di una volta».

Il razzismo non abita a CasaPound insomma.

«Se ci sono fosse solo l’ombra o un cenno di razzismo io non ci metterei mai piede. E invece ce lo metto volentieri: è l’unica realtà di destra che non corrisponde ai clichè idioti di razzismo e cecità ideologica cui volentieri si offrono le altre mille sigle della galassia dell’estrema destra. CasaPound ha cercato sempre di utilizzare un linguaggio, un cifrario e uno stile che non corrispondono al nostalgismo. Le loro espressioni tipicamente giovanili — di ragazzi stiamo parlando — sono concentrate nella musica, nelle aggregazioni e nell’attività di solidarietà. C’è una criminalizzazione nei confronti di CasaPound che viene da lontano, perché la sua assenza di nostalgia diventa un motivo accattivante presso l’opinione pubblica. E questo a qualche giornale non piace».

Buttafuoco, non vedrà mica un complotto dei giornali?

«Non si tratta di complotto: è un riflesso condizionato, è Pavlov con la scodella per il cane. È accanimento nei confronti di CasaPound, che non corrisponde alle solite caricature. E non c’è niente di peggio del neofascismo idiota e caricaturale di tutti quelli che straparlano senza avere senso del reale e che non vivono in contemporaneità con il proprio tempo. Faccio un esempio: qualche tempo fa c’è a Roma c’è stata una manifestazione dei black bloc e nelle redazioni era circolata ad arte la voce che dietro di loro ci fossero militanti di CasaPound mimetizzati; se fosse stata vera sarebbe successo l’inferno. Ma CasaPound è una struttura aperta, tantissimi ospiti di sinistra sono intervenuti a presentare libri, dalla Concia a Sansonetti. Ed è meschino il calcolo di qualche consigliere comunale del Pd che pensa che CasaPound sia una fabbrica di mostri. Andassero a vederla».

Ma davvero secondo lei l’azione di Casseri non ha motivazioni politiche?

«È ovvio che questo squinternato pescasse dentro i propri incubi. È materia pericolosa. Qualsiasi libro diventa incendiario, anche Breivik citava la Bibbia, ma non per questo la Bibbia merita di essere trascinata nella sua follia. Ripeto, dal dopoguerra a oggi c’è stato un processo di mostrificazione della destra. Faccio un esempio schifoso: quando a Roma arrestarono un coordinatore di circolo del Pd nessuno volle — giustamente — accusare il Pd in quella vicenda orrenda. Fosse stato del Pdl avrebbero fatto una puntata in tv sul corpo delle donne nell’era di Berlusconi. La destra in Italia ha fragilità di linguaggio e handicap che agevolano la mostrificazione. E io non mi stanco mai di dire ai ragazzi di CasaPound che se devono trovare un ideale che corrisponde alle loro letture, lo cerchino più volentieri in Oriente, nell’Induismo o nell’Islam che altrove».

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